Social media, formazione del consenso e responsabilità della comunicazione: sono i temi della riflessione di Domenico Colotta, presidente di Assocomunicatori, che prende spunto dal voto in Brasile e Serbia per interrogarsi sul rapporto tra partecipazione digitale, informazione e propaganda.
Di seguito il suo contributo integrale, intitolato “Se i social media cambiano il consenso”, con il sottotitolo “La lezione del voto in Brasile e Serbia”.
Il contributo di Domenico Colotta, presidente di Assocomunicatori
Quando il mitico Fabrizio De Andrè metteva in guardia da chi voleva “far passare per buone le verità della televisione”, puntava il dito contro il ‘piccolo schermo’ per spiegare come fosse in grado di uniformare linguaggi, opinioni e inclinazioni. Mi è capitato di ascoltare questo mirabile brano del poeta qualche giorno dopo le elezioni presidenziali in Brasile e in Serbia, due stati con storie diverse e culture politiche che non si somigliano affatto; eppure, per chi si occupa di comunicazione, il voto di questi due Paesi sembra raccontare la medesima cosa.
In effetti, tralasciando il risultato, ciò che fa riflettere, in relazione a questa tornata elettorale, è l’alto dato relativo all’affluenza: in Brasile, al ballottaggio, si è registrato un notevole calo degli astenuti e in Serbia si è avuta un’affluenza record.
A ben vedere, questo dato – ancorché positivo – descrive plasticamente, secondo me, il ruolo che hanno avuto i social media nel mobiliare un cospicuo numero di cittadini, trasformando così una comunità digitale in una comunità elettiva che è andata concretamente al voto. Bene. C’è purtuttavia una questione che sollecita giornalisti, comunicatori: il processo di formazione del consenso.
Sia chiaro, sarebbe semplicistico e superficiale sostenere che i social media abbiano determinato da soli i risultati elettorali: sappiamo tutti che sulla scelta degli elettori incidono fattori economici, sociali, culturali e personali. Nondimeno, sarebbe ingenuo negare la parte che hanno giocato (e giocano), in relazione alla formazione del consenso, le piattaforme digitali che, in re ipsa, sono inevitabilmente esposte a disinformazione e fake news, poiché tutti i fruitori possono pubblicare notizie di cui non è verificata la fondatezza. È cosa ormai consolidata, tra l’altro, che una comunicazione, capace di raggiungere un elevato numero di persone, non è necessariamente una buona comunicazione, poiché la sua efficacia quantitativa non coincide affatto con la qualità dell’informazione che trasmette. Verità e viralità, non procedono di pari passo, tanto che la seconda, sovente, dà luogo a semplificazioni e impoverimento della complessità e del pensiero critico.
Per il professionista della comunicazione, quindi, la separazione tra informazione e propaganda deve essere un imperativo categorico (ed etico). Ecco perché la sfida che abbiamo dinanzi non è quella tra comunicazione tradizionale e digitale, ma la costruzione di una “terza via” incentrata su un equilibrio, in cui innovazione tecnologica, libertà di espressione e formazione del consenso possano convivere insieme.
Il lascito delle recenti elezioni presidenziali in Brasile e Serbia è dunque quello di insegnare che la rete può certamente contribuire alla mobilitazione e alla partecipazione, ma non deve assolutamente sostituire i principi su cui si fonda la buona comunicazione: la trasparenza delle fonti e il rispetto dei fatti, gli stessi valori alla base delle moderne democrazie. Solo in questo modo possiamo “prendere per buone le verità veicolate dai nuovi media”.

